PERSONAGGI FEMMINILI – da Piccole Donne a Twilight – GASP!

"Piccole donne" di Louisa May Alcott

“Piccole donne” di Louisa May Alcott

Ohi Folks!

Il titolo di questo post può risultare fuorviante, lo so, ma se mi date modo di sviluppare le mie argomentazioni capirete che non si tratta di un proclama femminista, ma una reale predisposizione a usare il lanciafiamme contro lo scempio pseudo-letterario dei tempi odierni. Perché bruciare tutto? Perché far pulizia non è mai una cattiva idea.

Mi concentrerò al momento sulla figura femminile nei romanzi dedicati agli adolescenti, appunto da “Piccole donne” a “Twilight”, perché mi trovo piuttosto spiazzata da quanto ho appreso in questo ultimo periodo di contatto ravvicinato con il mondo degli adolescenti e vorrei condividere tutto questo con voi. Suppongo voi non solo siate lettori, ma anche scrittori o aspiranti tali, pertanto il discorso potrebbe interessarvi e potrebbe farvi riflettere. Questa la mia ambizione, perdonatemi se potete.

Ma… prima: PUBBLICITA’ PROGRESSO!

Ho aperto la pagina facebook di NEVERLANDstorie perché spesso mi trovo in giro e magari capita che vorrei postare qualcosa di veloce, ma non sempre wordpress.com mi è agevole, e facebook raramente s’inceppa (ora che l’ho detto me la sono tirata addosso, lo so). Se cliccate like/mi piace sulla suddetta pagina riceverete un po’ di stimoli creativi da parte mia. Prossimamente ricominceranno i laboratori di narrazione e ho ideato un paio di sfide piuttosto stuzzicanti da lanciare a tutti voi, secondo me sono irresistibili. Siete avvertiti, Folks! 😉

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Ottimo, sono pronta per la mia filippica!

Quand’ero ragazzina “Piccole donne” era IL LIBRO. La storia di Meg, Jo, Beth e Amy era il mio accompagnamento quotidiano; leggevo e rileggevo e rileggevo ancora quelle pagine (anche “Piccole donne crescono”, ovviamente) prendendo tutto per vero. Louisa May Alcott  era per me la santa donna che aveva deciso di riportare la sua vita in un libro, per questo le ero grata, perché pensavo che solo così si potesse scrivere: con la verità dell’esperienza vissuta. Tutto ciò che era vero meritava di essere raccontato perché poteva essere utile a qualcuno, se non altro. Questo pensavo. Riconoscevo l’importanza dell’invenzione e dell’immaginazione, certo, ma non pensavo che la fantasia fosse la parte più importante di una storia. Forse perché nella mia famiglia si andava sempre al concreto, la fantasia fine a se stessa era considerata una perdita di tempo. Ero una ribelle, ovvio, la mia fantasia lavorava di brutto, ma questa questione della concretezza era la mia parte vigile, silente e segreta. Al tempo nessuno ci contava granché,  sulla mia concretezza intendo, mi davano per persa, una con la testa sempre per aria, ma con gli anni è uscita allo scoperto. Una storia che vive solo nella mia testa è una storia inutile. Una storia che sono stata capace di tradurre e riportare sulla pagina mi rende orgogliosa di me stessa anche se nessuno la leggerà mai. La frustrazione del foglio bianco non la contemplo neppure. Sono fatta così.

Ritornando a “Piccole donne”, la cosa che mi divertiva enormemente era il poter scegliere che parte tenere assecondando il mio umore; la Alcott mi stava offrendo quattro profili femminili ben delineati che andavano a solleticare ogni parte di me. Sì, perché l’animo umano è sfacettato e le sfumature (ben più di cinquanta!) sono un nostro diritto! Mi spiego meglio: Meg era la donnina responsabile (non proprio un’aquila, ma abbastanza intelligente da restare in piedi con dignità), Jo era la ribelle, la scrittrice!, la guerriera (molto molto intelligente, testarda, non proprio bella, ma con un fascino tutto suo), Beth era l’artista delicata, la sensibile, la libellula (malaticcia e pesantuccia, ma senza cattiveria), Amy era la bella ochetta che poco si preoccupava del resto del mondo (un po’ troppo amycentrica, vero, ma a volte lo siamo tutte) e soprattutto bravissima nel far girare come un pollo il suo amato del momento (dote invidiabile).

Capito cosa intendo? Io stavo diventando grande, sognavo di diventare grande, sognavo di essere Wonder Woman… ma prima ancora di conoscere Diana Prince/Linda Carter ho conosciuto le sorelle March e questo mi ha creato un campo di volo decisamente attrezzato.

Wonder Woman alias Diana Spence (interpretata da Linda Carter)

Wonder Woman alias Diana Prince (interpretata da Linda Carter)

Avessi incontrato Diana Prince a quella tenera età mi sarei messa l’animo in pace e mai avrei pensato di poter diventare ciò che volevo, il confronto mi avrebbe spezzato. Avendo incontrato le March le possibilità mi sorridevano: potevo imparare da Meg a essere saggia, da Jo a essere indomabile e sognatrice, da Beth a essere disciplinata e dedicata all’arte, da Amy a essere ammiccante e civettuola. A seconda di come girava la giornata, potevo fare il mio transfer in una di loro e stavo bene (ammetto che anche la morte di Beth giocava un bel ruolo nei miei giorni drammatici).

Potente, vero?

Attenzione: ad un certo punto, la mia fantasia prese il sopravvento e iniziai a fare il copia/incolla con le caratteristiche delle sorelle March. In un battibaleno ero diventata Wonder Woman! Ovviamente, non c’ero arrivata al costumino imbottito e sgambatissimo (per l’epoca), alla cintura dorata e la fascia stellata in testa, e non giravo come una trottola per la trasformazione, ma ero comunque un prodotto da laboratorio. Una Frankenstein in miniatura, ben lungi dal sentirsi un mostro (lo ero) e pronta a conquistare il mondo (no, non lo ero). A quindici anni ero soltanto un impiastro, un’adolescente insopportabile, giuro [smettetela di scuotere la testa come a dire “lo sappiamo”, grazie], ma con una notevole personalità pseudo-romanzesca.

Vi sto parlando di me, non soltanto perché nel tempo ho mantenuto la visione barbaracentrica dell’Universo (è il copia/incolla da Amy March), ma per farvi arrivare al punto della questione: un romanzo di formazione (si chiama così per un buon motivo) può essere talmente importante da riuscire ad innalzare la tua esistenza adulta fino all’estasi o inabissarla per sempre nel fondo dell’oceano delle miserie umane.

A tal proposito passiamo a “Twilight” (il romanzo di Stephenie Meyer): l’ho scaricato (versione kindle a 2,99 Euro, lo ammetto) perché quando lavoro con le adolescenti appassionate di scrittura devo per forza avere degli appigli per capire quanto quello che scrivono sia farina del loro sacco e quanto  ispirazione esagerata. Vi confesso che l’ho letto tutto d’un tiro e che non mi è dispiaciuto. O meglio: alla Barbara adolescente che ancora vive in me non è dispiaciuto. La storia tra Bella e Edward è assurda e strampalata, ok, ma son stata lì a vedere cosa sarebbe accaduto fino all’ultima pagina (è già tanto). Arrivando al punto finale, però, ho comunque pensato: che stronzata (senza punto esclamativo, non ero infastidita). Mi sono fermata a riflettere sul perché la definivo una stronzata, e chi lo stava pensando: l’editor? La scrittrice? La lettrice? La donna (ahimé! – Sì, con il punto esclamativo-) adulta? Era importante arrivare alla verità, non ci avrei dormito la notte. Eh!

Il cast della saga di "Twilight" [molto più conosciuta del romanzo]

Il cast della saga di “Twilight – the movie” [molto più conosciuta del romanzo]

Dopo giorni d’insonnia sono arrivata a questa conclusione: tutte loro. Sì, all’unanimità: una stronzata. Perché?

Come editor perché non succede un tubo fino a oltre metà libro, questo grazie a Bella che è un pesce lesso (fondamentalmente), anche se non è così evidente lo è. Come scrittrice perché le dinamiche del personaggio femminile principale, Bella, sono appiattite in modo frustrante e va da sé che le belle idee per movimentare la vita intellettiva/emotiva/fisica della tipa vengono a cadere se non ci sono appigli per lavorarci. Come lettrice perché Bella la volevo un po’ più simile a Jo e meno a un clown imbranato, un po’ più interessante di un carciofo, più intrigante di un phon, almeno avrei capito perché il Vampiro più bello di tutti i tempi si innamora proprio di lei. Ok, va bene che ogni adolescente si sente un brutto rospo, ma che si senta così è un conto, che lo sia veramente è un altro! Intendo dire che non mi rincuora il fatto che sei un brutto rospo come me, Bella, tu dovresti essermi d’ispirazione e non essere la mia copia!

Perché? Come perché? COME PERCHE’?!!!

Perché ogni adolescente ha bisogno di un modello a cui guardare! E se in televisione mi fanno vedere le mossettine delle Veline, le isterie delle fotomodelle affamate con la puzza sotto il naso, la mortificazione della dignità umana tatuata sulle pseudo-talentuose di Amici ecc. ecc. allora in un cavolo di romanzo di formazione io PRETENDO di trovarci un personaggio femminile mio coetaneo capace di fare il culo a tutti! Giusto perché c’è stata la rivoluzione femminile, giusto perché sono passati alcuni secoli dal rogo delle streghe e giusto perché le ragazze di oggi non sanno che guardare a se stesse in modo mortificante le porterà a essere sempre mortificate; anche se il più bel Vampiro del mondo sbarella per te e ti vuole convincere che sei fighissima, tu continuerai a pensare che non lo sei e vivrai tristemente la tua esistenza sperando di non sentire più niente. Di essere morta. Di essere un Vampiro. Questo è il triste transfer che le adolescenti fanno oggi.  Vi rendete conto?

Mentre leggevo, inoltre, mi infastidiva un pensiero: Bella assomiglia in modo impressionante a quella mentecatta di Anastasia, la protagonista delle cinquanta-fottute-sfumature. Vado sul web e trovo questo [da wikipedia]:

La trilogia di Cinquanta sfumature viene inizialmente sviluppata come una serie di fan fiction di Twilight, intitolata originariamente Master of the Universe, e pubblicata a episodi su siti dedicati, sotto lo pseudonimo di “Snowqueen’s Icedragon”. Nello scritto compaiono personaggi tratti dai libri di Stephenie Meyer (Edward Cullen e Bella Swan).

Dopo commenti concernenti l’esplicita natura sessuale del materiale, la James rimuove la storia dai siti di fan fiction e la pubblica sul proprio sito, FiftyShades.com. In seguito riscrive Master of the Universe da capo, rinominando i protagonisti Christian Grey e Anastasia Steele, rimuovendolo dal sito prima di darlo alle stampe.

Bingo!

Tirando le somme: cresciamo ragazzine che si pensano eroine Bella-style e le trasportiamo direttamente da un vampiro ad un pervertito (per carità, bello da morire, ricco da morire, tormentato da morire, ma pur sempre un triste esserino spaventato e non certo un Uomo) che le lega e le frusta.

Ora: ma non sarebbe il caso di riprenderci un po’ di dignità, ragazze/donne?

E soprattutto: perché diavolo pensate che un vampiro o un ometto ossessionato coi giochetti siano gli ideali d’amore a cui aspirare?

Lettori (uomini) di questo blog, ora mi rivolgo a voi: perché non vi impegnate a sondare meglio l’animo femminile per costruire dei magistrali personaggi capaci di salvare l’immaginazione di tutte queste donne confuse? Guardate che lo fareste principalmente per voi, sareste voi a risollevare le sorti del genere umano, vi rendete conto?

Ho finito. Rilassatevi, non tornerò più su questo argomento, nel prossimo post m’inventerò qualcosa di meno impegnativo.

Ci sentiamo presto, Folks 🙂 promesso!

b-

 

 

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