LEGGERE: COSA, COME, PERCHE’?

Rieccomi qui, Folks!

Sono passate solo alcune settimane, non male vero? Quasi quasi riprendo il gusto della chiacchiera virtuale e inizio a postare ogni settimana qualcosa… 
Sì, mi piacerebbe, ma non sempre ho qualcosa di intelligente (mediamente intelligente, dai) da dire, ci sono lunghi periodi di vuoto necessariamente da attraversare per giungere a nuove piccole illuminazioni.
Ok, vediamo di riassumere le riflessioni che mi hanno triturato negli ultimi mesi riguardo alla lettura.
Leggo molto. Leggo perché il mio mestiere me lo impone, leggo con interesse e molta aspettativa, leggo per conoscere più che per divertirmi… e mi diverto quando ciò che leggo mi sta dando qualcosa che prima non immaginavo neppure esistesse.

Vi renderete conto anche voi che il mio leggere con piacere è messo alle strette da una serie impressionante di condizioni che non dipendono da me, molto più di quel che può essere per un lettore comune. Per inciso: amerei riprendere la condizione di lettore comune. Mi è impossibile. Sono diventata una rompiscatole di proporzioni cosmiche quando si tratta di valutare il testo che ho tra le mani, questo ha il vantaggio di farmi decidere serenamente di abbandonare un’opera che non mi sta dando nulla (a livello emotivo, intellettivo, vibrazionale, di conoscenza) anche prima di arrivare alla centesima pagina.
D’altro canto trovo sul mio cammino pubblicazioni mediocri e spesso ridicole e motivare questa mia presa di posizione diventa difficile. Specialmente durante gli incontri di lettura nelle biblioteche della mia zona, dove mi espongo senza difese al giudizio di un pubblico di lettori appassionati.

Chi l’ha detto che il mio mestiere non è un mestiere pericoloso? Balle.

La domanda a cui voglio rispondere ora, in questo luogo che è casa mia, è la domanda che mi viene rivolta sempre più spesso e a cui sono stata costretta a trovare risposta. Una risposta forse non esaustiva, ma che è proiettata in direzione di quella “definitiva”.

Domanda: Come fai a giudicare un libro buono o non buono mentre lo stai leggendo?

Risposta: Ascolto l’autenticità di quella vibrazione.

Dirlo meglio non posso, al momento, posso cercare di sciogliere un po’ il concetto per renderlo più comprensibile però. 
Ci provo: ci sono libri scritti con buona tecnica, dove la trama è abbastanza avvincente da rendertela interessante, dove i personaggi sono accattivanti e ti fai trascinare volentieri. Libri che li leggi fino alla fine e dici: Ok. 
Bravo l’autore? Sì, certo, bravo. Bello il libro? Sì, non c’è male. 
La maggior parte dei lettori si fermerebbe lì. Legittimamente, aggiungo.

Io sono costretta ad andare oltre. Devo capire perché quella storia non è una storia che mi ha segnato, dentro, in modo indelebile. Al di là del mio gusto personale, al di là del mio umore, al di là del periodo che sto attraversando, al di là di tutto. Cosa manca a questa storia?
Non vibra in modo autentico.
Sento che sotto c’è un calcolo, c’è una costruzione, c’è una freddezza, c’è un limite di coinvolgimento emotivo. Un gap incolmabile.
Che non riguarda la struttura dell’opera (sacrosanto presupposto per qualsiasi storia), non riguarda lo stile della scrittura, non riguarda la tematica… no. E’ qualcosa di sottile. E’ l’urgenza della comunicazione. E’ quel messaggio che accompagna ogni riga, ogni passaggio, ogni battuta, ogni immagine, ogni dettaglio di cui la storia si nutre. 
E’ una vibrazione.
La vicinanza dell’autore alla visione che lo obbliga a non indietreggiare neppure quando la sua storia diventa insopportabile, diventa una croce.
Anche si parlasse di felicità. Una croce.
Ammiro molto gli autori che decidono di pubblicare poco, non tutto quello che producono almeno. Perché un vero autore sa che non si può compiere la magia con ogni storia. Non se ti obbligano a pubblicare un libro o due all’anno. 

Detto questo mi rendo conto di risultare fastidiosa, boriosa, e alcuni mi hanno accusata di essere una invidiosa (ehmm… di chi non lo so, così in generale suppongo) quando mi schiero apertamente contro autori molto letti e molto amati, ma non smetterò di farlo solo perché divento un impiastro giocandomi la carta dell’impopolarità. 
Credo che grande responsabilità di questo mio inesorabile bisogno di dire la mia sia da imputare agli editori.
Troppe pubblicazioni ogni mese rendono la qualità un’utopia.
Tanti scrivono? Troppi scrivono?
Sì, ma è loro diritto farlo. Mi spaventerebbe scoprire che pochi scrivono, che pochi sentano il bisogno di farlo, che pochi sentano la necessità di creare, di immaginare, di riflettere, di approfondire pensieri che se non li scrivi poi scappano. Spesso per non ripresentarsi più. 

Quello che mi sconvolge ancora oggi è che si pubblicano troppi libri, libri di scarsissima qualità, perché i parametri tra cui le case editrici si trovano a doversi muovere sono assurdi.
Editori che non riconoscono neppure di essere ingabbiati in un meccanismo che non fa bene alla cultura (quella autentica) e neppure ai loro affari.

Anche questo non mi permetterà di aggiudicarmi la palma d’oro per il pensiero più intelligente dell’anno, o la fascia di Miss Simpatia 2014… me ne rendo conto, me ne farò una ragione.

Voglio dire di più e dirlo meglio: grazie al cielo sono tante le persone che scrivono, che vogliono scrivere, che ambiscono ad una carriera letteraria. Eppure credo che siano pochi quelli che hanno il talento, la capacità, il dono. Quelli che anche scrivessero la lista della spesa li riconosci come Scrittori.
Noi, con tante ambizioni (perché no, vivadio?! Vi rode che qualcuno possa guardare a se stesso con occhi speranzosi?! Perché?!), però, sappiamo che non è una pubblicazione a renderti Scrittore. Lo sappiamo perché quando andiamo in libreria ci imbattiamo in immondizia inenarrabile. Dovremmo, invece, guardare con fiducia al mondo dell’editoria e credere che se vieni pubblicato allora vali. 
Un no ricevuto da chi stimi è insegnamento. 
Vorrei potermi fidare di un editore che mi conferma di aver trovato della qualità nel mio lavoro e che pensa io meriti di essere letta.
Dando un’occhiata ai cataloghi di queste case editrici, quelli che possiamo definire “i colossi”, mi cadono le braccia. 
No, non smetterò di scrivere per questo. 
No, non smetterò di cercare quei libri capaci di vibrare in modo autentico… quelli che quando li rimetti sullo scaffale è lo scaffale dei tuoi preferiti, quelli che prima o poi rileggerai, quelli che ti hanno fatto aumentare la voglia di scrivere. Così si fa, Babs, impara!

Ieri sera ho finito di leggere “Il cuore è un cacciatore solitario” di Carson McCullers. In ebook. Lo comprerò in cartaceo e ne comprerò un altro della stessa autrice, con la speranza di non esserne delusa. 
Perché così si fa!
Perché così deve essere, perché sarebbe bello fosse sempre così, o almeno lo fosse spesso.
Cos’altro aggiungere? Ho finito, per oggi. Per fortuna.

A presto Folks!

b- 

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