BUONA LA PRIMA?

Ohi Folks!
Come va? Spero tutto bene. Riprendiamo il discorso interrotto la scorsa settimana?
Arieccola a tormentarci con ‘sta faccenda delle buone intenzioni – direte voi.
Ok, ve la do buona. E’ un chiodo fisso per me, ma vorrà pur dire qualcosa no?

Esordirò con la solita dichiarazione di guerra:
uno Scrittore non può, umanamente parlando, scrivere SOLO capolavori. Neppure se si chiama Proust, o Hemingway, o Roth o… avete capito, inutile che continui.
Noi solitamente ci affezioniamo ad una voce, a quello stile particolare, a quel gusto di raccontare, a quelle precise capacità che riconosciamo vive e brillanti nel nostro scrittore preferito, e leggiamo tutto quello che scrive sempre con la stessa appassionata voracità e invariata stima.
Va bene, è nel nostro sacrosanto diritto di lettori amare oltre ogni ragionevole dubbio il nostro autore del cuore, ma…

Ma ci sono opere riuscite meglio e opere riuscite meno bene.
Potete confermarlo serenamente?
Mi auguro abbiate risposto con un sì (anche se sospirato).

Passiamo al punto cruciale:
dato per assodato quanto da me lì sopra appena scritto possiamo altrettanto serenamente affermare che NON tutto ciò che scriviamo vale la pena di essere scritto, letto, pubblicato.
Forse, dico forse, per la maggior parte di noi aspiranti scrittori (noi che non ci chiamiamo Calvino, Tolkien, Dostoevskij, Borges ecc ecc) varrebbe la pena valutare con maggior obiettività il nostro lavoro prima di arrischiarci a darci in pasto al pubblico.

D’accordo che la virtualità dei blog e dei social networks ci hanno fatto seppellire il (tanto benedetto) PUDORE, dandoci anima e corpo alle chiacchiere in rete come se fossimo nel salotto di casa nostra, ma…

Ma ad un certo punto bisognerà pur fermarci per osservare da vicino il nostro operato e valutare a che punto stiamo, giusto?
Bene, se avete risposto con un sì a quest’ultima mia affermazione vi confesserò che a me capita spesso.
Mi fermo, mi guardo, mi faccio radiografia ed ecografia accurata, faccio il punto della situazione e mi aggiusto.
Il mio scrivere negli anni ha preso forme e intensità che non credevo possibili.  E, nonostante il mio impegno e i miei sforzi, non sono ancora riuscita a limare certe orride e fastidiose imperfezioni. Forse non ci riuscirò mai, santiddio!
A volte tengo dentro la testa e in fondo allo stomaco delle Storie che anche se vorrebbero uscire non sono ancora pronte per farlo.
Non so se lo saranno mai, non so se lo sarò mai io stessa pronta… ma le tengo lì e le curo per quel che posso.
Non mi verrebbe mai in mente di sbatterle sulla carta solo per il gusto di farle leggere a qualcuno, per fregiarmi di una buona idea, di un personaggio brillante o di un intreccio accattivante e rischiare di bruciare tutto per alimentare il mio ego gongolante.

Dunque, detto questo, voglio farvi notare che spesso leggiamo Storie che non stanno in piedi, che mancano di forza, mancano di spessore, mancano di intensità, mancano di poesia, mancano e basta.
Al lettore resta quel senso di fastidiosa insoddisfazione, ma credetemi… è lo stesso che prova anche l’autore quando nonostante si sia liberato della Storia in questione, appunto scrivendola, sente che non è la Storia che nella sua testa immaginava.
Le mancanze ti fanno affondare miseramente.

Credo che ci siano età adatte per ogni Storia. Forse quella che vi sta ronzando in testa da un po’ vi chiederà del tempo, anzi vi imporrà il giusto tempo prima di uscire… il tempo di vedervi uomini/donne fatti.
L’esperienza, la maturità, sono elementi fondamentali per un Narratore.
Il Tempo è l’unica via d’accesso a certe profondità.

Potrei farvi presente il percorso di scrittura di Marguerite Yourcenar, per esempio, che per scrivere il suo capolavoro “Memorie di Adriano” ha dovuto aspettare molti anni.
Esagerata?
No, onesta. Autentica. Consapevole.
Grande, Immensa Scrittrice.
Immensa Donna.
Leggete le righe qui sotto. Lentamente. Fatele gocciolare dagli occhi allo stomaco. Ascoltando con attenzione l’ipnotico sgocciolìo…

“(…) In quei tre bauli di cianfrusaglie ho trovato una vecchia brutta copia delle prime pagine di Hadrien che avevo completamente dimenticato. Erano passati tanti anni, nel frattempo, ed erano accadute tante cose; c’era stata la guerra, New York, l’isola di Mount Desert, l’incanto di certi incontri, il fascino di certi musei, di certi luoghi. Erano successe tante di quelle cose, in quei sei o sette anni… Non c’è da stupirsi che avessi dimenticato Hadrien.
(…) Ho trovato quel primo abbozzo e, nello stesso tempo, nello stesso baule, uno o due libri su Adriano. E, come certi ricordi d’infanzia mi tornano alla memoria sfiorando un righello di ferro forgiato da mio padre, così, aprendo quei libri, ho sentito improvvisamente ridiventare vive le ricerche che avevo iniziato prima della guerra. (…)
Credo che la maggior parte della gente abbia delle idee sbagliate sull’erudizione, sul modo in cui uno scrittore, che per definizione è “creatore” (espressione abbastanza idiota, ma è quella che viene usata negli Stati Uniti), o diciamo meglio poeta, come i tedeschi, mosso cioè dalla sua immaginazione, dalle sue emozioni, entra nel mondo dell’erudizione. I francesi immaginano che uno si tuffi nei libri dalla mattina alla sera, come i topi di biblioteca dei romanzi di Anatole France. Gli americani, invece, vi dicono: ‘Ah, sta facendo delle ricerche!’ e pensano che vi rechiate con passo spedito e una cartella sotto il braccio in qualche biblioteca dove, ovviamente, lavorerete fino alla chiusura.
Ma le cose non vanno a questo modo. Quando si ama la vita in tutte le sue forme, quelle del passato quanto quelle del presente – per la semplice ragione che il passato, come dice non so più quale poeta greco, è maggioritario, dato che è più ampio del presente, specie dell’angusto presente di ciascuno di noi – è del tutto normale che si legga molto. Per parecchi anni, ad esempio, ho letto la letteratura greca, spesso in modo molto intenso, per lunghi periodi, oppure, al contrario, un po’ qua e un po’ là, viaggiando con qualche poeta o filosofo greco in tasca. Alla fine, mi ero ricostruita la cultura di Adriano: sapevo pressappoco quello che Adriano leggeva, quali erano i suoi punti di riferimento e il modo in cui considerava determinate cose in base ai filosofi che aveva letto. Non è che mi sia detta: “Devo scrivere su Adriano e informarmi su ciò che pensava”. Credo proprio che non ci si arrivi mai a quel modo. Credo che ci si debba impregnare in modo totalizzante di un soggetto finché esso non spunti fuori, come una pianta amorosamente innaffiata.”

Non so aggiungere altro. Compratevi questa splendida intervista di Matthieu Galey, pubblicata da Bompiani, e tenetela sotto il cuscino, per imparare a guardare il grande Mistero più da vicino.
Ma fate piano, in rispettoso silenzio.

Alla prossima, folks!
b- 

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