DODICI RINTOCCHI (la storia di Natale di Barbara Favaro)

Precisiamo che la vita sulla strada è una scelta. E che della mia scelta non me ne sono mai pentito. Neppure a Natale, quando le vie si illuminano e tutti sembrano formiche indaffarate, pronte a comperare qualsiasi cosa abbia parvenza di regalo. Sì, anche a Natale. Io poi, a questa storia del bambinello visitato dai Re Magi, non ci ho mai creduto. I Re non si scomodano per nessuno. Ma è anche vero che nella vita non si sa mai. Spesso ho visto succedere cose che un secondo prima credevo impossibili. Un esempio? Lo scorso Natale. Faceva un freddo boia e pioveva. Pioveva da tre giorni. Stare in giro con un tempo del genere vuol dire che, oltre a strizzare calzettoni e cappello, il mio lavoro è rovinato. Io sto all’angolo di Vicolo Sorrentini con Dorothy, la mia fisarmonica. Solitamente siamo io, Dorothy e Storto, il mio cane. Ora, però, Storto è ricoverato alla clinica di Marcello, un tipo a posto, lui ama i cani e li cura. Quando hanno investito il mio Storto, che mi seguiva mentre attraversavo la strada, non sapevo cosa fare. Marcello mi ha detto di non preoccuparmi. Lo ha preso in braccio, perché non ce la faceva ad alzarsi, e lo ha portato alla sua clinica. Dice che non mi farà pagare niente e che lo rimetterà in piedi. Non lo pretendo certo come nuovo. Si chiama Storto mica per niente, visto che zoppica anche più di me. Mi piace così, insieme facciamo due Storti, anche se io mi chiamo Lear. Sì, come il Re di Shakespeare. Mia mamma era un’attrice di teatro. A volte penso che mi sia andata bene, avrebbe potuto chiamarmi Macbeth… Lear non è male, lo posso scrivere anche Liir, la gente qui in Italia legge come scrive. Bisogna adattarsi. In America tutto era più semplice. O forse no, ma io me lo ricordo come un bel periodo. Ma non si può nascere e vivere nello stesso posto, rischi di morire prima di smettere di respirare. Il movimento fa bene, rende elastici. A quanto pare stanotte nevicherà. Mi piace la neve, sempre meglio che la pioggia. La pioggia ti entra dentro come se ti scavasse. La neve invece si appoggia come una carezza del cielo. La neve ti accompagna, mentre la pioggia ti porta via… a proposito di pioggia, vi stavo raccontando di quella volta che pioveva da tre giorni. Allora, veniva giù che sembrava che Dio volesse fare di me il nuovo Noé e non è che fossi proprio dello stesso parere. Spesso io e Dio siamo in disaccordo, ma senza rancore. Quando il tempo si fa brutto preferisco rimanere per strada e cercarmi un posto asciutto. Niente ricovero, Dorothy ci soffre. Quando piove, se cerchi riparo dentro ai locali non sai mai cosa aspettarti: o ti chiedono di non dare troppo fastidio (avete presente quando ti dicono “suonare piano”? Mah!), o ti sbattono fuori senza tanti complimenti. E senza ascoltare una sola nota! Io non suono le solite musichette da strada, ma la musica delle AlteSfere. Attraverso Dorothy codifico l’energia dell’Universo in suono per gli umani. Devo dire che è stancante. Non sempre riesce come voglio o come dovrebbe, ma questa è la mia vita. L’accetto. Ora vi racconto di quel Natale di pioggia. Ah, gliel’ho detto, quella volta a Dio, gliel’ho proprio detto: un Noé lo hai avuto, fattelo bastare. Non è che può sempre fare quello che ne ha voglia Lui. Se non gli sta
bene che venga a prendere il mio posto, qui. Lui Lear e io Lui. Vediamo chi se la passa meglio. Forse dopo questo discorso se l’era un po’ presa, ero stato un tantino brusco. L’umidità mi rende nervoso, le ossa mi fanno male e la testa si comprime, però la pioggia cessò all’istante. Così, come quando chiudi il rubinetto dell’acqua. Silenzio. Stavo attraversando Viale Vittorio. Non è male dormire sotto i vecchi portici quando piove in quel modo, guardi tutto come se fossi dentro ad una bottiglia. Una di quelle che trovi sulla spiaggia e che viene da chissà dove, e tu sei il messaggio lasciato al mondo: sono qui. Ecco, mi sentivo come un messaggio di quel tipo e stavo riflettendo. Stavo parlando con Dio, nel modo in cui vi ho già raccontato, quando mi è caduto tra le orecchie quel tonfo di silenzio. Niente pioggia, neppure una goccia. Niente. A quel punto ho detto “Grazie, Dio. Sapevo che avresti capito”, ma non ero certo che lo avesse fatto per accontentarmi. Non succede quasi mai che tu chiedi e Lui ti dà, solitamente devi aspettare un bel po’. C’è da capirLo, è piuttosto indaffarato. Mi aspettavo da un momento all’altro che si aprisse una voragine sotto il mio sacco a pelo e via, niente più Lear, niente più Dorothy, niente più Storto, ma non successe niente per un po’ e mi stavo addormentando. Le strade del centro erano deserte. 
Sgocciolavano i tetti e sgocciolava il monumento del Re a cavallo, e anch’io sgocciolavo un po’ con loro. Ad un certo punto il campanile di Santa Sofia iniziò a suonare. Si trovava quasi dall’altra parte della città, ma io sentii quei rintocchi come venire da dietro il cielo. Per un istante pensai che Dio avesse racimolato il suo esercito di Angeli vendicatori per fare di me cenere, ma mi ricordai che era Natale. E contai dodici rintocchi. Dodici.
So che ora penserete che il vecchio Lear è solo un vagabondo e un povero pazzo. Lo penserei anch’io se mi fossi spinto a leggere fino a qui.  Uno che dice di suonare la musica delle AlteSfere non dev’ essere proprio calibrato giusto. Lo so, ma voglio raccontarvi quello che in quei dodici rintocchi riuscii ad ascoltare. Preghiere. Perché fate quelle facce, voi non pregate? Ah. Certo. A cosa serve pregare, il mondo va come deve andare e il mondo va a rotoli, giusto? Sì, giusto. Ma voi lo fate, pregare intendo. Lo fate, io lo so. Vi ho ascoltato. Ho sentito in dodici rintocchi le preghiere che vi scappavano, come un cappello trasportato da un colpo di vento. 
Con il primo rintocco ho incontrato Jake. Lui fa il tassista. E’ un gran cazzaro. Uno di quelli che racconta di tutto fuorché la verità. Inventa storie e poi ci crede. Sua moglie e suo figlio hanno smesso di ascoltarlo tanto tempo fa, allora lui stordisce i clienti. A ogni giro la storia si modifica, si dilata, lievita, per poi afflosciarsi come un soufflé, quando apri il forno un secondo prima che sia pronto. E tu lo sai che si affloscerà, ma non resisti. Così lui. Racconta di come vorrebbe fosse la sua vita, sa che poi tutto si affloscerà e che la sua vita gli farà ancora più schifo di prima, ma non resiste. Jake era di turno, lui non è uno che crede in qualcosa, è una perdita di tempo, dice. Ma il primo rintocco di mezzanotte, del 24 dicembre, lo colse mentre passava davanti alla Chiesa di St. Mary. E si fermò dall’altra parte della strada. La chiesa era illuminata e la immaginò piena di fedeli, e lui al volante del suo taxi si sentì improvvisamente solo. Disse solo “Amen”. Ma io lo sentii. Lo disse per sé e per la sua famiglia. Lo disse un po’ per l’America e un po’ per il mondo. Ma lo disse. Per niente sicuro che significasse qualcosa, ma lo disse. Poi ripartì.
Il secondo rintocco mi portò alle orecchie una vocina sottile. Aveva poco fiato, ma un vero fuoco nel cuore. Stava seduta sul suo letto, nel reparto di oncologia. E pregava. Una preghiera con tutti i crismi, una di quelle che parte con Padre Nostro e che finisce con Amen. Lì dentro c’è parecchia roba. E in questo modo, se ti concentri, l’intenzione diventa seria. Per Angela il Natale non era da festeggiare. E lei non sperava più da un sacco di tempo, ma al secondo rintocco io la sentii. Con una voce sottile e poco fiato. Chiedeva di tornare a casa e sono sicuro che sia stata ascoltata. Direttamente in Cielo. Al terzo rintocco mi sorpresi perché le voci erano tante. Tutti lì che chiedevano di azzeccare un cinque +, un sei, un tredici, un dodici, un undici e tre quarti. Mi venne un po’ da ridere, sembravano un gregge di pecore affamate. Sei, cinque, undici, dodici, tredici, diecimila. Un chiasso infernale. Infernale. 
Sperai arrivasse subito il quarto rintocco e arrivò. Quel tipo stava chiudendo le imposte della sua stanza. Era stanco, si sarebbe alzato alle cinque per pregare, come ogni mattina. Allah non aiuta chi si dimentica di Lui e Ahmed non si dimenticava mai. Si chiese se anche Allah sapesse che era Natale. Non per farsi gli affari degli altri, ma gli sarebbe piaciuto sbirciare nella sala da pranzo di un cattolico in quella notte, così per curiosità. Non credevano nello stesso Dio, ma un bambino appena nato non fa male a nessuno e ogni nascita è una benedizione di Allah. E qui si concesse un pensiero verso il figlio che un giorno avrebbe avuto. “Che sia sano e che sia felice”. E questa è una preghiera, senza dubbio.
Fui interrotto dal quinto rintocco. C’era una musica di sottofondo, una di quelle che ti suscita pensieri romantici. Juanita stava a mani giunte e un rosario in mano. Parlava al cielo, senza intermediari. Chiedeva un miracolo: “Fa che Cesar torni da me”. Lui era lontano da tanto tempo e lei sola. Ricordai com’è soffrire per amore e un po’ di nostalgia mi prese la gola. Ma i ricordi non uccidono, e neppure la disperazione. Neanche quella, da sola, basta per morire.
E il sesto rintocco risuonò. Aline alzò il viso assonnato, e guardò l’ora sul display della sveglia. Stava sognando di lei che rideva felice davanti a un grosso pacco, incartato di rosso e giallo e con un fiocco enorme. Sapeva che dentro c’era una bicicletta e che quelli erano i suoi sette anni. “Buon Natale” si disse e desiderò di riprendere quel sogno in cui era bambina ed era felice. Settimo rintocco. Una mamma pregava in silenzio, mentre impacchettava piccoli doni di zucchero e cioccolato per i suoi bambini che dormivano. Chiese che non mancassero mai dei sorrisi sui loro visetti. Chiese protezione per la sua casa e i suoi cari e per il suo paese distrutto dalle bombe. Capii che anche tra le rovine si chiama un po’ d’amore, per non credere troppo alla morte. Otto rintocchi e sentii un pianto. Non c’erano parole e forse neppure  pensieri. C’era  stanchezza e rassegnazione. Quel pianto non chiedeva, e non perché non avesse nulla da chiedere, solo perché non ne aveva più la forza. Allora chiesi io per lui. Chiesi
speranza e forza e che quel dolore si fermasse. Ogni tanto penso a quel pianto che sta in fondo ad ognuno di noi. Ogni tanto lo sento ancora.
Al nono rintocco c’era un coro in preghiera. Cantavano la nascita, ma senza gioia. Sperai che Dio non lo notasse. Cantare per celebrare una nascita senza gioia è come mangiare un bigné alla crema a stomaco pieno. Non ne senti il sapore. La gioia si è persa e sembra che a nessuno importi, ma a Dio piacciono i bigné, ne sono sicuro.
Dieci rintocchi. C’era un bambino al buio che aspettava Babbo Natale, stavolta lo voleva vedere. Non aveva chiesto molto, solo un astuccio di pennarelli nuovi. Sapeva che a chiedere poco Babbo Natale non si affaticava e non dimenticava di passare. Voleva dirgli grazie di persona, e chiedergli se andava tutto bene, se era triste o felice, se lassù in cielo Dio era arrabbiato con lui perché non mangiava mai tutto quello che la mamma gli metteva nel piatto. Gli sussurrai in un orecchio una ninna nanna speciale, se Dio perdonava un vecchio come me e tutti i suoi peccati, come poteva essere arrabbiato con un angelo? Lo guardai abbandonarsi al sonno sorridendo e ne seguii il volo per un po’.
Undici. Undici rintocchi. Anche Paolo stava contando con me. Si era fermato all’angolo della strada e aveva guardato in alto. Senza aspettarsi nulla. Diede un’occhiata al suo Rolex e ne lucidò il quadrante con un rapido gesto della mano inguantata. Si augurò che la sua berlina, nuova nuova, fosse ancora parcheggiata al suo posto riservato. I ladri dovevano pur rispettare in cuor loro quella santa notte… e affrettò il passo. Ecco come si sprecano le preghiere quando non hai buoni motivi per pregare, neppure per la tua anima scarna.
Dodicesimo rintocco. Ero triste. Non era bello sapere che, entro poche ore, tutto sarebbe stato dimenticato: ogni malato, ogni povero, ogni sfortunato… ogni miseria, ogni sofferenza, ogni bisogno del prossimo messa da parte. Non può essere ogni giorno Natale, vero? Mi ritrovai così, di nuovo, nella mia bottiglia e mi ritrovai, di nuovo, “messaggio lasciato al mondo”. Cercai nella mia testa una preghiera, ma non ricordavo nulla. Cercai nel mio stomaco e non vi trovai che del vino rosso. Marca scadente. Niente neppure nei miei calzettoni di lana inzuppati, né nei buchi dei miei guanti lerci. Inutile. Tutte le mie preghiere erano già state recitate, tutte già state ignorate, nei miei 63 Natali trascorsi. E mi sentii fortunato. Libero. Non sarei più stato deluso, mortificato, umiliato dalle mie speranze, dai miei desideri, dai miei sogni. Quel Natale io non avevo niente da perdere, niente da chiedere, niente da avere.
Aprii gli occhi quando il riverbero del dodicesimo rintocco cessò, e vidi un ragazzo che mi guardava. Storto gli era accanto e si faceva accarezzare. Quel ragazzo mi sorrise, io non mi mossi. Poteva essere pericoloso, Storto non faceva testo, lui aveva zero intuito per i pericoli, infatti è stato investito. Il ragazzo aveva con sé un thermos, e me lo mise accanto, poi sparì, ma quel caffè era buono. Caldo. Anzi, talmente bollente che sentii evaporare l’acqua dai calzettoni. Fu un buon Natale per me quello di un anno fa. Eccoci ad un altro Natale dunque. Promette bene, nevicherà tra poco. Sto aspettando i dodici rintocchi, solo io e Dorothy, Storto non sta bene. Ve l’ho detto no? E’ in clinica. E’ ridotto piuttosto male, ma il mio amico Marcello lo rimetterà in piedi. Sì, tra pochi giorni saremo ancora insieme. Stanotte camminerò con la neve e mi lascerò accarezzare e la guarderò riempire queste strade, e fingerò di non riconoscerle, di essere lontano. Fingerò di passeggiare con Storto.
La vita sulla strada non è vita di miracoli. È vita dura. Vita di libertà e la libertà non è uno scherzo. Io suono la musica dell’Universo attraverso Dorothy, che è lei la mia sola anima. Questo è l’unico miracolo che conosco: poter abbracciare ogni giorno e ogni notte la mia anima. Sono ben pochi quelli che possono fare altrettanto, ma questa è la magia della strada. Stanotte aspetterò i dodici rintocchi e farò finta di essere come gli altri. Mi unirò al coro perché questo Natale ho qualcosa da perdere, ho qualcosa da chiedere, ho qualcosa da avere.  Pregherò come so fare. Io e Dorothy accompagneremo in alto i rintocchi di Santa Sofia. Dovremo farlo ottimamente, perché il bambinello ci possa ascoltare. Suoneremo il nostro dolore, la nostra mancanza. Io e Dorothy vibreremo uniti per il nostro amico, insieme, come siamo sempre stati.  E Storto ritornerà a dormirci accanto.
E’ questa la vera bellezza del Natale: ad ognuno di noi è permesso sperare che una sua
preghiera sia ascoltata. Che voli dritta al cielo, senza intoppi, senza fraintendimenti, senza complicazioni. Oltre il chiasso di noi misere formiche alla continua ricerca di un miracolo, soltanto per una notte.
© Barbara Favaro 2005 – All Rights Reserved
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