"DIVERSI?" incontri con gli Autori

Premessa:
Il termine “diverso” ha tra i suoi sinonimi anche “distante”, e forse questo spesso ci fa fraintendere perché finiamo con il tenere distante tutto ciò che risulta essere diverso da noi, da quello che conosciamo o da quello che ci piace.
Ma un altro modo per dire “diverso” è “differente”, semplicemente qualcosa o qualcuno che si distingue da me. Né migliore né peggiore. A volte le differenze possono essere minime, altre volte più evidenti, ma sono dettagli che a distanza ravvicinata perdono d’importanza.
Mi è stato chiesto dall’Unione dei Comuni della Valtenesi, e per questo ringrazio di cuore la Signora Maria Mele della biblioteca di Moniga d/Garda e di Portese, di curare la presentazione di tre libri che trattano il tema della diversità e della disabilità per il ciclo intitolato “Diversi?”. 
E’ stata per me un’occasione per conoscere una piccola parte di un mondo che non mi riguarda in prima persona, ma che mi riguarda profondamente come essere umano. 
Ho potuto incontrare tre storie importanti e i loro protagonisti.
Quindi… incontro con l’autore per presentare il suo libro?
No, non precisamente.
Incontro con una persona che vuole fortemente raccontare la sua storia, questo sì.
Non semplicemente incontro con lo scrittore che ti parla della storia che ha scritto…
gli scrittori possono permettersi di mentire, di atteggiarsi, di vendersi per quello che non sono. Tu te ne puoi anche accorgere, mentre sei lì davanti a loro, ma non puoi fargliene una colpa… sono essi stessi personaggi.
Autentici nel calarsi nel ruolo, ma solo ben mascherati. Chi meglio, chi peggio.
La possibilità che ho avuto io, invece, è stata quella di incontrare tre persone, una diversa dall’altra per carattere ed esperienze, ognuna di loro un mondo del tutto particolare, che si sono messe a disposizione del pubblico per raccontare di se stessi, sì, ma con un fine diverso dal plauso delle folle, ovvero: far conoscere a chi non conosce e far capire a chi non vuol capire come si sta nei loro panni.
Fastidioso?
Bhé, se si tratta di uno ricco, perfetto e felice allora lo può essere solo perché ti si scatena una sorta di invidia per tutto quel benessere, ma se la sua situazione è un po’ più complicata, un bel po’, e se c’è di mezzo il dolore, la rabbia, la frustrazione… ecco, allora il fastidio per te che ascolti aumenta.
In ognuna di queste tre storie c’è un segreto che non può essere rivelato perché le parole non basterebbero. In ognuna di queste tre storie c’è un urlo, una ferita, una speranza. Aggiungo che sono tre modi diversi di urlare, di curarsi la ferita, di nutrire la speranza.
Perché essere diversi è un diritto di tutti. Essere diversi è un problema di tutti.
Essere diversi e trovarsi in difficoltà è una cosa che non ci si augura, ma che può capitare.
Essere diversi e in difficoltà e non aver modo di farsi ascoltare è una cosa che non si dovrebbe augurare a nessuno, neppure al tuo peggior nemico.
Bene, vi parlerò di queste tre storie ora.
E cercherò di parlarvene per come le ho sentite (oltre che lette) e per quello che gli autori hanno saputo lasciarmi e (nei limiti che so di avere) nella misura in cui io ho saputo permettermi di accogliere.
Voglio ringraziare Marco Frattini, Igor Salomone, Massimiliano Verga per essere stati pazienti con me e avermi permesso di dare il meglio di ciò che potevo offrire loro rendendomi le cose più semplici di quel che avrebbero potuto essere.
Grazie ai loro sorrisi e al loro essere persone autentiche, persone che vale la pena incontrare, ho potuto riflettere su che tipo di persona sono e sul tipo di persona che voglio essere. Credo di aver portato a casa un bene prezioso. Grazie.
Le Storie:
“Vedere di corsa e sentirci ancora meno” di Marco Frattini

La storia di Marco è faticosa da leggere, credo sia stata anche faticosa da scrivere perché la disabilità di cui si parla è la sua. La sordità di Marco è un dato di fatto e scrivere di sé e della propria diversità non può essere che faticoso. Lo sarebbe per chiunque.
Ma la corsa, la maratona, gli ha insegnato l’autodisciplina, la resistenza, lo spirito di sacrificio, e gli ha insegnato anche quanto sia gratificante giungere al traguardo, che sembrava così lontano, troppo lontano, e portare a termine un’impresa su cui nessuno avrebbe puntato un solo centesimo.
E’ di questo che nel suo romanzo-diario Marco parla, del non arrendersi, del dedicarsi anima e corpo a raggiungere l’obiettivo prefissato, del guadagnarsi ogni metro di strada percorso senza delegare ad altri responsabilità e conseguenze delle proprie scelte.
Raccontare delle vittorie ottenute e delle sconfitte subite è un modo per fare il punto della situazione, per non perdere l’orientamento mentre la vita comunque la vedi di corsa e la senti in modo diverso da prima. Senza il trambusto di chi ti è attorno, nel bene e nel male.
Raccontare di come ti viene imposto di adottare un’altra prospettiva per poterti assestare meglio nonostante i cambiamenti duri che la vita ti ha riservato, e di come sia possibile trovare un altro equilibrio, un altro modo per affrontare il tuo quotidiano, un altro sguardo per pensare al tuo presente e al tuo futuro.
Raccontare ciò che ti passa per la testa può essere una soluzione per evitare di perdere la testa, per non farsi travolgere dal panico.
La scrittura cura, sostiene, incoraggia.
Decidere di auto-pubblicare la propria storia è un ulteriore sfida, fare il lavoro da sé è un carico non indifferente, o lo fai per far gongolare il tuo ego, o lo fai perché ignori il casino in cui ti stai mettendo, o lo fai perché vuoi che la tua storia sia utile a qualcuno, magari qualcuno che si trova in una difficoltà simile alla tua.
Quest’ultimo è un ottimo motivo. Il solo che ritengo inattaccabile.
Ovviamente Marco è mosso da questo proposito, e ovviamente questa sua avventura l’ha affrontata con la stessa dedizione, autodisciplina e responsabilità che mette nell’affrontare ogni maratona.
Ci vuole preparazione, ci vuole forte volontà e ci vuole fiato.
L’esperienza fa il resto e forte di questa sua esperienza Marco sta cercando un editore per il suo nuovo romanzo. Qualcuno dovrebbe ascoltarlo. 

“Con occhi di padre” di Igor Salomone
E’ stata una lettura che mi ha imposto una certa lentezza. Ogni pagina contiene decine e decine di spunti di riflessione, e una volta che ti si sono posati dentro trovando il loro posto, iniziano gli echi. I suoni si sovrappongono e tu non sai quale seguire. Perché certe risonanze le senti più vicine e altre fuggono via e chissà se avrai l’occasione di coglierle dopo. Dopo che avrai posato il libro con ancora quelle immagini addosso.
C’è uno sguardo delicato in quegli occhi di padre, un modo di prenderti per mano per farti avvicinare ad una realtà non facile da “sentire” se non sei padre, se non hai una figlia di nome Luna che è come Luna. Così com’è, nei momenti buoni e in quelli no.
Attraverso i limiti cognitivi di Luna, Igor cerca il sentiero per raggiungerla e starle accanto in un modo che è solo loro.
Non è importante quello che facciamo, ma il fatto che lo facciamo insieme.”
Attraverso il legame con Luna, Igor ripensa e rivaluta il suo essere stato figlio, l’aver avuto un padre come è stato suo padre e l’aver imparato a essere uomo attraverso il suo esempio.
Attraverso gli occhi di Luna, Igor si dà modo di riscoprirsi nei limiti e nelle possibilità per ricondurre ogni nuova conquista a loro due, padre e figlia, al loro incontrarsi e viversi.
Ascolto, cura, attenzione.
Cura, attenzione, ascolto.
Attenzione, ascolto, cura.
No, non una cosa per volta. Tutto insieme, contemporaneamente. Lo si può chiamare Amore, perché è da lì che tutto passa e tutto si trasforma.
Come dovrebbe essere un padre? Quali sono gli errori che ad un padre non si possono perdonare? Quante volte è permesso lo stesso errore ad un padre?
Quanto è possibile imparare ad essere padre?
Queste domande sono valide per chi lo è, padre, per chi è solo figlio, per chi è padre di un figlio abile e per chi lo è di un figlio disabile, per chi non lo vuole essere e per chi lo desidera e magari non può.
In questo viaggio di padre, Igor Salomone ha cercato risposte che probabilmente sono solo e sempre risposte provvisorie, con l’andare del tempo le risposte possono cambiare e trasformarsi in nuove domande, ma il senso di tutto (perché un senso ci deve essere, altrimenti si perde il valore di ogni esperienza) è proprio quello della ricerca.
Domande, risposte, nuove domande, altre risposte.
Per avvicinarsi ancora un po’, per stare più stretti e sconfiggere il gelo di una distanza che non permetterebbe comunicazione.
Perché se vicini anche nel silenzio possiamo trovarci. 
(il blog di Igor Salomone: http://igorsalomone.net/ )
“Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile” di Massimiliano Verga
Leggere “Zigulì, la mia vita dolceamara con un figlio disabile” è stato come infilare le dita nella presa della corrente e all’arrivo della scossa decidere di non togliere il dito.
Una bella sensazione? No. Non bella nel senso solito del termine.
Ti senti a disagio, ti domandi “ma ce l’hai con me?”, ti rispondi che tu non c’entri nulla quindi “è inutile che mi pungoli”… ti chiedi ad ogni pagina quale sia il fine di quel suo modo di sbatterti in faccia la sua realtà con ironia e sagacia.
La schiettezza devi saperla fronteggiare, devi saper cogliere ciò che sta all’origine e che forse non è così ovvio: il coraggio. Sì, il coraggio di dire le cose come stanno, di metterci la faccia e il nome e cognome e di attendere “in mutande” che l’opinione pubblica ti si scagli contro. Hanno fatto così, infatti.
Mentre leggevo Zigulì cercavo di immaginarmi la voce di Massimiliano Verga. Cercavo di immaginarmi il tono che avrebbe usato per rispondere alle mie domande. Cercavo di immaginarmi lo sguardo. Lo ammetto, ero un po’ preoccupata.
Poi ci incontriamo, pochi minuti prima della presentazione, mi stringe la mano e mi saluta e la sua voce è gentile, il suo sguardo è gentile e anche il tono che usa nel rispondere alle mie domande è gentile. No, non cortese. Proprio gentile.
La gentilezza uno ce l’ha nei cromosomi, non si può imparare. È un dono.
E mentre mi parla io riprendo in mano la sua storia, nella mia testa, e recupero le parti più ruvide, quelle più scomode, quelle più urticanti per congiungerle alla persona che mi sta accanto, non l’autore, l’uomo.
Tutto ciò che prima non capivo si sistema nella giusta prospettiva. Il mio sguardo riconosce la direzione, che tra le righe era solo accennata e che finalmente si fa quasi luminosa. Non sono più preoccupata.
La questione è che le parole spaventano. Hanno ancora un grande potere su di noi, per fortuna. Le parole scritte, se esatte e acuminate, ti arrivano violente e magari tu sei impreparato e barcolli. Va bene, ma andiamo oltre. In un gioco di specchi, la storia di Massimiliano e di suo figlio Moreno ti scopre nelle tue debolezze e tu ti ritrovi in mutande.
Ma come? Non è l’autore quello che dovrebbe stare in mutande?
Bene. Lo siamo entrambi. Tu che scrivi, io che leggo.
Solo che tu che hai scritto lo hai fatto per me, perché io leggendo mi potessi sentire così come mi sento… perché?
Perché l’essere umano funziona in questo modo dannato, per empatia.
Una scossa è una scossa per tutti. Fa male.
Finché non senti quel male non puoi neppure immaginarlo, chi te lo farebbe fare?
Giusto. Sacrosanto.
Ma se fosse sano per me comprendere quel dolore per aggiustare il mio atteggiamento nei confronti di chi quel dolore lo conosce fin troppo bene (e di cui nessuno si cura)… allora dovrei dire “grazie” perché mi si offre una possibilità, una via.
La storia di Moreno e Massimiliano è una storia di incontro e scontro, di contatto.
Una storia d’amore. Ci sono le parolacce in mezzo, le incazzature, la rabbia che si può dire e quella che per quanto uno faccia non si può davvero far uscire se non con un catartico vaffanculo.
L’amore, qualsiasi amore, è anche questo.
Io ho capito meglio, ora.
Non tutto e non completamente (temo mai ci riuscirò), ma ho capito meglio.
Prima di avere una vostra opinione su questo libro vi chiedo di leggerlo. Non attraverso le parole e le recensioni di qualcun altro. Metteteci del vostro, non fatevi sconti ben poco convenienti, vi meritate di meglio.
E poi, poi fate una cosa, una cosa per voi stessi soprattutto: andate a incontrare durante il suo tour di promozione in giro per l’Italia Massimiliano Verga. Non l’autore, ma l’uomo.
Il padre di Moreno. Vi assicuro che ci sta provando con tutto se stesso a darci una possibilità per aprire gli occhi e le orecchie (direi anche il cuore, ma odio essere smielata) e che i mostri siamo noi che ci ostiniamo a vivere con occhi, orecchie, naso e cuore, sì cuore, chiusi. Fidatevi.
Fidatevi.
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