UN OCCHIO AL CIELO E UNO ALLA PENNA (BASTERA’?)

Bentrovati!
Dall’ultimo post è trascorso un mese, più di quel che avrei voluto, ma scrivere qui, per me, significa avere tempo e buon umore sufficiente da poterlo condividere con voi. In queste settimane le cose sono state molte e tutte da seguire in contemporanea… il buon umore va e viene a suo piacimento e prenderlo al volo è cosa ardua (anche se fattibilissima), oggi ci siamo. 
Eccomi qui nella predisposizione d’animo ideale per parlare di “scrittura” con voi. 
Sembra banale vero? Attendere la congiunzione astrale propizia per mettersi al lavoro. Eh! Il discorso si complica, attenzione alle prossime righe.

Non esiste il momento perfetto per mettersi a scrivere (sto citando a spanne l’autore di questo aforisma, di cui non ricordo la paternità). Me lo devo ricordare quotidianamente per poter mettermi a scrivere. Anche nel momento in cui ho chiuso tutto, e tutti, fuori dal mio spazio e colgo un istante di silenzio e raccoglimento, qualcosa o qualcuno finisce col rovinarmi l’istante perfetto. La concentrazione viene annientata dal fastidio e se non controllo la mia condizione emotiva chiudo tutto e me ne vado. Quando il mio spazio viene invaso senza permesso o giustificazione m’aggancio al sentimento della rassegnazione (non passiva) e riprendo quel che stavo scrivendo. Amen.

Quindi: se non state scrivendo e vi state lamentando di questo sappiate che è colpa vostra e di nessun altro. Questo alleggerisce il carico, a mio parere, specialmente se il concetto di “disciplina” non è in voi congenito. In caso contrario la consapevolezza di cui sopra vi farà scrivere. E tutto sarà perfetto

Per inoltrarmi tra i rovi con più scioltezza vi parlerò di quello che sto facendo in questo periodo, al solito parlo di me così non rischio di sbagliare mira… abbiate come al solito pazienza. Grazie.

Dunque: da qualche mese sto lavorando con una splendida classe di giovani studenti di seconda media e con la loro altrettanto splendida professoressa. Parliamo di Storie, ovviamente, e cerchiamo insieme di acchiapparle al volo per renderle in parole e immagini. I ragazzi imparano da me e io imparo da loro. Soprattutto imparo a comprendere meglio quel che loro hanno bisogno di sapere per assicurarsi dei buoni punti di riferimento ai quali potersi aggrappare quando la terra si fa un po’ scivolosa. Vi posso assicurare che l’esperienza mi sta cambiando i pensieri e l’umore (va moooooooooooolto meglio grazie a loro, lo ammetto).
Un altro lavoro che mi ha impegnato in questi ultimi mesi riguarda un progetto che accomuna le donne e il teatro. Grazie ad un incontro speciale, con la regista/attrice Lina Coppola, ho avuto il privilegio di poter scrivere per un gruppo di donne dai bei sorrisi e dalle storie ricche e sfaccettate, questo mio creare dei personaggi da portare in scena in grado di sviluppare somiglianze e verosimiglianze con ognuna di loro, mi ha imposto una bella immersione alla riscoperta delle radici, come donna e come autrice.

Perché ho voluto parlarvi di queste mie due avventure? Perché in entrambe le circostanze (anche se usando un linguaggio diverso, ovviamente) ho dovuto affrontare la questione del significato originario delle parole, del loro uso nella comunicazione di tutti i giorni e delle significanze nascoste all’interno di quei segni grafici e quei suoni. Procedendo a ritroso, a saltelli, dal significato che per noi ha, per esempio, la parola “vita” al significato (ormai talmente liso da aver quasi perduto di spessore) che nel nostro quotidiano viene attribuito a questa piccola parola di quattro lettere, fino ad arrivare alla riscoperta di quella densità reclamata dal lei stessa ogniqualvolta siamo “costretti” a ricorrere  proprio a lei, nel momento in cui la vita si rende esplicita dentro di noi… il percorso può essere lunghissimo. Eterno
Noi, spesso, quando scriviamo lo ignoriamo totalmente. Pensiamo di poterlo fare, chissà perché, di poter trascurare il significato primordiale di quel nome, quell’aggettivo, quel verbo, solo perché non abbiamo abbastanza tempo da dedicargli. Alla fine ci troviamo ad aver scritto pagine e pagine prive di senso, inutili per chiunque, persino per noi stessi che ne siamo gli artefici.
Questo si riduce in un ridicolo “aver tempo da perdere” e un ancor più ridicolo “prendersi gioco del gesto e del significato di ciò che stiamo facendo”. Un’imperdonabile mancanza di rispetto per tutti.

“Badate al senso, e le parole andranno a posto per conto proprio” 
(Lewis Carroll)
E ora vi chiedo: perché se non badiamo al senso di ciò che scriviamo qualcuno dovrebbe perdere il suo tempo a leggerci?
E dopo tante chiacchiere, vi faccio dono di questa immagine-magicolibresca, creata e scattata da una mia carissima amica, Paola Conti, che mi ha generosamente dato il permesso di “usare” le sue opere per impreziosire il mio blog. Grazie di cuore Paola (te l’ho già detto quanto sono belle?).

Foto di Paola Conti (diritti riservati) http://www.castelloconti.it/
Sì, ce ne sono altre in archivio… al prossimo post, folks!

(to be continued)
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