QUESTIONE DI CONFINI


Quando da piccola mi ritrovavo sola in un angoletto con il mio diario e cercavo di seguire in fretta i pensieri con la penna, che spesso era troppo lenta (mannaggia!), i confini entro i quali mi sapevo muovere erano limitati al mio piccolo essere. Piccolo ma con grandi ali, aggiungerei. E le ali di chi è piccolo possono cose pazzesche (rispetto per i bambini innanzittutto).
Non è facile da spiegare, ma penso che chiunque si sia ritrovato in un angoletto simile sappia esattamente di cosa sto parlando (indipendentemente dal fatto di avere avuto in mano una penna, un pennello/pennarello, uno strumento musicale ecc.). Lì dentro non c’erano più spazi e tempi imposti dagli altri. Anche se i nostri confini, di “persone piccole”, e il nostro punto di vista centrato in noi stessi, ci limitavano la capacità di analisi, allo stesso tempo ci permettevano meravigliosi slanci di fantasia sfrenata.
Si cresce, da quell’angoletto si è costretti ad uscire. I nostri pensieri si addensano su particolari che appartengono anche al resto del mondo. La nostra penna fa sempre più fatica a tenere il passo, a stare appresso a quello che la nostra mente, il nostro corpo, la nostra emotività registrano quotidianamente senza sosta.
Scrivere ci aiuta a farci un riassunto parziale work in progress, per non perdere il filo, per tracciare sempre nuovi confini su cui fare affidamento quando ci gira la testa.
Ancora di noi si tratta.
Sano egocentrismo adolescenziale.
Potremmo fermarci qui. Potremmo decidere che ci basta, che la nostra penna può tranquillamente continuare a tradurre per noi quello che viviamo. Benissimo.
Rimane il nostro modo per stare con noi stessi.
E guai a chi lo tocca.
C’è una cosa, però, da prendere in considerazione: da questa posizione strettamente autobiografica la nostra penna non cresce.
Che io sia il mio argomento preferito quando scrivo il mio diario, o il mio blog, è pacifico.
Che io pretenda di essere argomento interessante per chi mi legge è quantomeno ridicolo. Pretesa adolescenziale che lascia il tempo che trova.
Bisogna necessariamente fare un passo al di là di noi stessi per riuscire a fare la differenza.
Raccontare una storia…
“Tutti sanno cos’è una storia finché non si siedono a scriverne una”  Flannery O’Connor
Vi assicuro che la O’Connor non diceva mai le cose tanto per dire.
Scrivere una storia non è scrivere un diario.
Scrivere una storia non è scrivere un trattato filosofico.
Scrivere una storia non è scrivere un saggio di psicologia (attenzione, il cosiddetto ‘flusso di memoria’ non è uno svuotare il proprio cestino emozionale a danno del lettore, santiddio!).
Scrivere una storia non significa spiegare, elencare, dissertare, convincere… e neppure fornire delle risposte, bensì saper far nascere le giuste domande.
Scrivere una storia è mettersi al servizio di quella storia che ti chiede di essere raccontata.
Sarà lei a decidere come e quando. Che ti piaccia o no.
Nel frattempo possiamo avvicinarci alla sua terra, cercando di bypassare il nostro ego, e essere disponibili al mutamento.
Cosa sei disposto a imparare?
Che automatismi egoici sei pronto a sacrificare pur di scrivere quella tua storia?
Quanto di te puoi e vuoi mettere da parte per lasciare il giusto spazio alla storia?
Finché non ti siedi per raccontare una storia tutto questo ti sembrerà aria fritta, ma se hai deciso di rimanere lì seduto e di immergerti fino a che non senti la sua voce, allora queste sono domande a cui prima o poi riuscirai a trovare le risposte.
Le tue risposte.
Non saranno né quelle giuste, né quelle definitive, probabilmente.
Sicuramente non saranno risposte sbagliate, mai.
Saranno le tue risposte.
E farai bene a tenertele per te, hai una storia da raccontare, te ne sei dimenticato?
(to be continued)

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2 comments

  1. si, scrivere una storia è un casino. e pongo l'enfasi su “scrivere”. inventarsi una storia e raccontarla, quello è facile. ne ho pensate e raccontate tante in vita mia. ma scriverla, beh, quello è tutto un altro discorso

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  2. … sì, in quel momento se non hai punti di riferimento rischi di mandare in fumo l'ispirazione e la stessa storia. E' sempre un peccato, secondo me. Se una storia arriva fino a te è perché tu puoi scriverla. Magari non immediatamente, magari con fatica, ma puoi.

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