GIOCO DI PROSPETTIVE

Ho voluto parlarvi del motivo per cui scrivo perché mi sembrava doveroso posizionarmi ai vostri occhi nella giusta prospettiva. Ora sapete (vedi post precedenti) in che progetto folle io mi sia imbarcata (NEVERLAND… dove vivono le Storie, appunto), e alla luce di quanto ho voluto condividere qui, in questo blog, con voi, capirete che il mio “mettermi in cattedra” in realtà è frutto di un processo “delicato” di trasformazione della materia stessa con cui mi ritrovo essere fatta, mio malgrado.

Il ruolo di Maestro è di pochi. Grazie al cielo, aggiungo. Ho avuto la fortuna di incontrare alcuni Maestri nel corso della mia vita, in generale, fino a qui, e ho avuto il privilegio di conoscere alcuni Maestri in ambito narrativo che mi hanno fortemente segnato. Non tanto per quel che riguarda “lo scrivere” in sé (la tecnica narrativa nella fattispecie), ma per tutti i dettagli e le sfumature del “sentire”  che concorrono a formare una personale e vivificante VISIONE del narrare.

Incroci il tuo sentiero con una strada maestra e la percorri in parallelo, diventa un punto di riferimento importante per i cambiamenti che avverranno, di volta in volta, dentro di te. Però la strada sta lì. Tu le lanci un’occhiata, di tanto in tanto, e tiri dritto. 

E’ importante scegliersi dei buoni Maestri. Siamo noi a scegliere loro, sempre, e dovremmo riflettere in modo approfondito su questa nostra libertà di scelta. Capire i motivi che ti fanno avvicinare ad una strada maestra, piuttosto che ad un’altra, ti scopre nelle tue ambizioni, desideri, sogni (desideri e sogni si assomigliano, ma non sono la stessa cosa), velleità, illusioni. Scomodo? Ebbé, decisamente scomodo, ma necessario, a mio avviso.

Sai chi sei (se non lo sai credo sia arrivato il momento di scoprirlo, consiglio spassionato), sai dove vuoi andare, sai quali sono gli ostacoli da affrontare, sai quali sono le conseguenze, sai fino a dove puoi spingerti senza rinunciare a te stesso, sai se vuoi andare avanti, se vuoi fermarti, se vuoi buttarti nudo e crudo a capofitto o se indossare il paracadute. In questo modo, se farai le cose onestamente, troverai il modo di trasformare ogni piccolo fallimento in semplice “incidente di percorso” e… andrai avanti. Sguardo alla strada maestra, lì accanto, si riaggiusta l’assetto e via.

Servono a questo i Maestri, a riaggiustare il tiro. E possono cambiare, come cambia tutto, a seconda del periodo che stiamo vivendo (interiormente parlando, soprattutto).
Porsi come “Maestri” è rischioso. Dirò di più: i Maestri non si presentano come tali, spesso manco se ne rendono conto di esserlo o di esserlo stati. 
I Maestri vengono riconosciuti dai propri “discepoli” in base a ciò che sono riusciti (magari inconsapevolmente, lontano da giochi d’ego inevitabili) a lasciare di sé e del proprio sapere. Per quello che sanno DONARE. Bisogna essere generosi per riuscire ad insegnare qualcosa, trattenendo in te il tuo “sapere” ne vanifichi la potenza e le tue stesse potenzialità di crescita. 

Quello che insegni (pensate ai bambini) non va perso, mai. Rimane qualcosa di te negli altri da ricordare con piacere. 
Se lo fai con animo aperto e senza inganni.
Quante volte ci siamo trovati ad annuire davanti all’affermazione: insegnare (o fare il medico, o fare il vigile del fuoco ecc. ecc.) è questione di vocazione.
A mio avviso tutto ciò in cui ci impegniamo con passione e dedizione diventa, per giusta conseguenza, vocazione. Ti dai a ciò che stai facendo. Che si tratti di farti un buon caffè o costruirti una buona vita non fa alcuna differenza.

Chiarito anche questo punto posso concludere dicendo che il mio “mettermi in cattedra” è un gesto meno presuntuoso di ciò che a prima vista potrebbe sembrare, e da parte mia è stata una presa di posizione piuttosto combattuta (coscienza vs. pregiudizio) e la lotta ancora non si è placata.

Questo mio luogo (la mia terra-che-non-c’è) vive soltanto grazie ad un sottile e costante flusso di scambio e di confronto. Io dentro, il mondo fuori. Io che esco nel mondo e il mondo che entra in me. A piccole dosi, in modo scostante, ma con una salda coerenza di intento: lo scambio equo.

Vi sto parlando di cosa significa per me “scrivere”. Per ognuno di voi ha significato diverso, per ognuno di voi è un modo del tutto personale per ritrovarvi con voi stessi e rapportarvi con il resto del pianeta in piena libertà.

Mi piace questo. Ci rende tutti uguali. Non nei dettagli, ma nel bisogno atavico di “comunicazione”. Contatto.

“Houston, abbiamo un problema” (cit.)

Eh già! Ma i problemi ci sono sempre, fanno parte del gioco. Un gioco di prospettive in eterno mutamento. Una bella sfida. Io ho deciso che ne vale la pena, la posta in gioco è interessante.

E voi?


© Margot Simpson Seconda (immagine “rubata” da facebook)

(to be continued)

  

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6 comments

  1. “Dirò di più: i Maestri non si presentano come tali, spesso manco se ne rendono conto di esserlo o di esserlo stati.”

    E' verissimo. Almeno per quello che sono stati i miei incontri con i maestri. E sai la cosa più strana quale è? Che loro parlano a me da dentro me.
    Penso che ognuno di noi ha in se tutto, solo che non sa di averlo. A volte lo si percepisce, ma dura un battito di ciglia.
    Ma rimane quella strana sensazione di continuare su quel percorso che fino a quel momento ci ha portato ad avere anche quella percezione.
    E allora vai avanti. Non ti fermi. Spesso senza sapere nemmeno il perché.
    Per quel che mi riguarda, invece, le domande me le sono poste e me le pongo tuttora, anche se non sempre trovo le risposte. Ma non importa. Quel che conta è la nostra voglia di proseguire e, come succede a me, lo scrivere diviene la mia benzina, la mia forza, il mezzo che ho per parlare a me stesso.
    Ciao Barbara
    Giancarlo

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  2. i miei maestri sono solo sui libri.
    imparo dalle loro pagine.

    Lawrence Block ha detto che scrittori si può diventare, bisogna impegnarsi e lavorare sodo. Certo, senza quella scintilla le pagine non prenderanno mai il “volo”.

    Scrivo perché non posso farne a meno, è come mangiare respirare e andare di corpo.

    Grazie B.

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  3. Grazie Sam 🙂
    il pericolo è che quel “lavorare sodo” ti distragga dall'immergerti in quello che di te (come uomo) cerchi di evitare…
    è la “persona” che fa la differenza, anche e soprattutto nella scrittura (che non è altro che specchio oscuro di noi)
    ma questo tu lo sai già 😉

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  4. Penso che il nostro grande maestro interiore sia la nostra Anima che ha scritto il nostro percorso prima di nascere e che ci accompagna in ogni passo della nostra vita.
    Ma dobbiamo essere in grado di ascoltarla, di metterci in contatto con lei….e questo è possibile solo quando ci fermiamo…quando creiamo il silenzio intorno e dentro di noi…perchè la nostra Anima non grida, ma sussura al nostro cuore.
    La scrittura…penso sia un ottimo strumento che ci eprmette di fermarci e ascoltare!
    Ciao Barbara
    Patrizia

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